venerdì 4 giugno 2010
Accompagnamento sociale ai ragazzi a rischio di dispersione
“Progetto La strada Maestra”. Azione 3-Scuola Aperte a tutti Relazione e riflessioni conclusive.
Nel mese di settembre del 2009 ha avuto inizio la seconda annualità dell’Azione 3 del progetto “La strada Maestra”, con termine nel mese di maggio 2011. Forti del successo del primo anno sono aumentate le richieste da parte degli istituti scolastici presenti sul territorio a nord di Napoli, di aderire al progetto.
Gli interventi si sono così esplicati nelle seguenti scuole partner del progetto:
La S.M.S. “ Pascoli 2” di Secondigliano, con attività rivolte alle classi IIF, IIE e IE.
La S.M.S. “Vico” di Arzano, con attività rivolte alle classi ID, IC, IB, IE e IA.
La S.M.S. “Ludovico da Casoria” di Casoria, con attività rivolte alle classi IB e IH.
La S.M.S. “Palizzi di Casoria, con attività rivolte alle classi IA, ID e IIID.
I dirigenti scolastici delle suddette scuole con i relativi referenti hanno accolto con grande entusiasmo le attività previste dall’Azione 3 e grazie alla loro disponibilità è stato possibile avere una collaborazione proficua ai fini dell’accompagnamento sociale.
Gli obiettivi specifici degli interventi sono stati rivolti all’educazione socio-affettiva, alla solidarietà, alla tolleranza, alla pace, alla convivenza civile, al rispetto di sé degli altri e dell’ambiente.
Gli incontri con le classi sono stati improntati all’insegna della conoscenza di sé e dell’importanza dell’espressione delle proprie emozioni per saperle etichettare e riconoscerle in sé e negli altri. La tecnica promossa è del circle-time, grazie alla quale, i ragazzi disposti in cerchio si sono sentiti liberi di raccontarsi sentendo prevalentemente circolare nel “cerchio” calore, ottimismo e tendenze libere da ogni forma di giudizio.
Grazie all’utilizzazione di questo spazio espressivo è stato possibile favorire la crescita dell’autonomia, della responsabilità e della partecipazione alla vita civile.
Gli argomenti trattati nei diversi incontri con le classi sono stati divisi per percorsi:
1. Percorso sulla conoscenza del sé e sul bullismo
Sono stati privilegiati gli scambi di esperienze sul disagio relazionale a scuola e fuori migliorando le competenze comunicative e relazionali con i pari.
Gli obiettivi formulati in fase di progettazione sono stati mantenuti per tutto il tempo del percorso formativo. E’ stato fondamentale un percorso di conoscenza del sé attraverso un’educazione alle emozioni affinché l’alunno potesse riconoscere le proprie emozioni e differenziarle da quelle altrui.
Il compito dell’adulto, in una relazione educativa, è aiutare i ragazzi ad affrontare il conflitto come un’occasione di evoluzione e di apprendimento, ovvero imparare, insieme a loro, a non sentirsi travolti, minacciati, ad andare oltre la dicotomia io vinco/tu perdi.
Le strategie adottate: La tecnica prevalente utilizzata è stata il circle-time, grazie al quale è stato possibile far circolare tra gli alunni calore e disponibilità all’ascolto e al dialogo.
Importante è stato l’uso del gioco dei pregi e difetti per la conoscenza del sé e la percezione degli altri.
Risultati ottenuti: questo percorso ha reso possibile la libera espressione delle emozioni legate alle varie situazioni e alle varie persone. Gli alunni si sono sentiti a proprio agio e liberi da tendenze legate al giudizio. In questo modo hanno superato anche il senso di vergogna che si prova per chi è stato vittima di bullismo o vittima di vari episodi di violenza scolastiche e extra-scolastiche. Hanno acquisito maggiore sicurezza e maggiore abilità nella comunicazione con ripercussioni positive sulla propria autostima.
2. Percorso sulla microcriminalità
Le problematiche del territorio legate sia agli episodi di camorra sia alle azioni illegali sono state affrontate tenendo presente l’importanza del tema dell’educazione alle regole. Spesso, nel percorso, c’è stata la consapevolezza che gli alunni non si oppongono alle regole che stanno alla base della relazione educativa perché ne ignorano quasi completamente l’esistenza, dimostrando di non accorgersi quando assumono atteggiamenti che ostacolano i rapporti con insegnanti e compagni, o compromettono il sereno trascorrere della vita scolastica ed extra scolastica.
Le metodologie utilizzate sono state le simulazioni dei vari casi e episodi raccontati da loro e attraverso la tecnica del problem solving si è trovato insieme una soluzione come alternativa ai comportamenti oppositivi e illegali fino ad allora attuati.
I risultati ottenuti: gli alunni hanno manifestato, durante il percorso, un bisogno crescente di ordine, regole, confini, limiti. Le loro continue richieste sono rivolte agli adulti significativi, insegnanti, esperti, affinchè li aiutino nella crescita ritornando ad essere punti di riferimento fermi e stabili. E’ un risultato positivo e condiviso dalle insegnanti, la richiesta che ci sia un adulto significativo che li aiuti ad assumere un ruolo e a costruirsi una identità diversa dai modelli di microcriminalità imposti dalla società.
3. Percorso: “Star bene a scuola e fuori”
Gli alunni, nel percorso formativo, hanno espresso la necessità di conoscere sulla base di quali parametri vengono giudicati, non solo per migliorare il loro rendimento, ma soprattutto per sviluppare consapevolezza rispetto alla percezione che gli altri hanno di loro. Solo grazie a tali certezze riescono a costruire progressivamente la loro identità, cogliendo con chiarezza quali siano le regole che devono guidarli nella società e quali i limiti oltre i quali questa loro identità rischia di non essere adeguatamente percepita.
La tecnica utilizzata è stata la somministrazione del test T.V.D e il cooperative learning. Grazie al test è stato possibile individuare varie forme di disagio e attraverso lo studio di vari casi e la simulazione dei vari episodi è stato possibile confrontarsi su vari temi e apprendere nuove abilità di fronteggiare lo stress e il disagio, parte naturale del percorso di crescita.
Risultati ottenuti: questo percorso ha reso possibile la ridefinizione del termine conflitto nell’ottica del percorso stare bene a scuola e fuori: il conflitto è inteso come uno stato della relazione, che riguarda duo o più persone, in cui si presenta un problema che crea disagio. Scegliendo di utilizzare le carte dei conflitti si assume un preciso approccio “so-stare nel conflitto”. Il risultato ottenuto non è stato quindi la risoluzione del conflitto, bensì di assumerlo come occasione per ristrutturare le relazioni.
4. Percorso finale: visione del film “Basta guardare il cielo”
Una toccante favola moderna il cui coraggio è disponibile in tutte le misure.“Basta guardare il cielo” è una storia divertente e avventurosa di due ragazzi, che nel nobile spirito di Re Artù e dei due cavalieri della tavola rotonda, danno vita ad un viaggio affascinante alla conquista del più grande tesoro che ci sia l’Amicizia. Insieme, i due protagonisti condividono i dolori e le gioie della loro vita scolastica e familiare e riescono ad affrontare le loro difficoltà con gran coraggio grazie alla forza della loro unione, della loro amicizia.
La partecipazione dei ragazzi al progetto è stata davvero notevole ed entusiasmante mostrando vivo interesse e curiosità alle tecniche, ai giochi e alla modalità di condurre i lavori di gruppo oltre che agli argomenti di volta in volta trattati.
In particolare, hanno sperimentato l’armonia che si è venuta a creare tra di loro e una disponibilità sempre più crescente ad esprimere le proprie emozioni, disagi e difficoltà liberi da tendenze legate alla paura di sentirsi giudicati.
Avere la possibilità di essere ascoltati e di esprimere apertamente sia gli aspetti positivi sia quelli negativi delle loro esperienze libera dal peso di sentirsi “pieni” di emozioni con la finalità di promuovere uno sviluppo armonico della propria personalità. Ogni argomento trattato è stato presentato in una dimensione ludica in modo da favorire la cooperazione e lo scambio tra i membri del gruppo favorendo il divertimento e mai la noia.
I giochi utilizzati hanno consentito di imparare sia a relazionarsi che a riflettere sulla differenza delle percezioni di sé e quelle degli altri.
Il tutto in un ottica di prevenzione del disagio e di promozione del benessere psico-fisico e di educazione alla legalità come principio etico.
Da un’analisi e un’interpretazione dei dati ricavati sia dall’elaborazione del test TVD sia dai vari incontri ricchi dal punto di vista emotivo e relazionale, ho avuto modo di riflettere e formulare delle mie ipotesi.
La scuola, luogo di vita reale, è il principale spazio all’interno del quale gli adolescenti si mettono alla prova nella gestione delle relazioni; qui si incontrano le regole, i limiti, le “prassi consolidate” per rapportarsi con gli altri. Se la scuola non garantisce questa possibilità, se diviene uno spazio all’interno del quale non esistono rapporti di causa e effetto (io faccio questo e il compagno/l’insegnante/il preside rispondono in questo modo), o non vengono fornite indicazioni sulle regole di gestione dei rapporti (mi relaziono con gli amici come con l’insegnante, con il preside come con il mio compagno di banco, ecc.), allora si trasforma in un paese “fantastico”, che non trova e non troverà mai nessuna corrispondenza nella realtà, giacché “fuori” (ad esempio nel mondo del lavoro) regole, limiti e rapporti di causa-effetto sono tenuti in gran considerazione.
Gli adolescenti hanno bisogno di ordine, regole, confini, limiti come i bambini hanno bisogno di sicurezza, fiducia, affidabilità.
Molti sono gli insegnanti che posseggono buone competenze e parecchi riescono a metterle a frutto, sapendo gestire in modo efficace i propri alunni. Altri invece, e non sono pochi, faticano nel trasmettere competenze e abilità, proprio perché frenati dall’incapacità dei ragazzi di riconoscere dei limiti: non percepiscono infatti il contesto educativo come caratterizzato dalla necessità di rispettare certe regole, così come la relazione con “l’insegnante” come un rapporto con sue specifiche caratteristiche. Gli insegnanti si sforzano di mostrare che non tutto è sempre permesso, che ciò che può essere giusto in un contesto risulta non adatto in un altro, ma spesso trovano davanti a sé un muro: “Perché non posso dipingermi le unghie in classe?” Non sto mica disturbando?”, “Perché non posso stare fuori classe se il professore sta interrogando altri compagni?, “Perché non posso stare con le cuffie nelle orecchie, se seguo ugualmente la lezione?”: ecco alcuni esempi che dimostrano come l’educare al rispetto delle regole sia un’esigenza anche degli insegnanti, ai quali va ricordato che non basta fingere di non vedere.
Mi ritrovo sempre più a pormi l’interrogativo se possono gli insegnanti sottrarsi alla valutazione della valenza educativa del fingere di non vedere.
Mi è d’obbligo, tuttavia, richiamare alla mente il contratto per nulla tacito, che la società, e all’interno di essa in modo particolare la famiglia, stipula con la scuola e con i suoi rappresentanti. Tale accordo coinvolge gli insegnanti e gli alunni ma, ancor di più, gli insegnanti e le famiglie dei ragazzi, richiamando ognuno al rispetto del proprio ruolo educativo.
Educare alle regole è compito della famiglia e della scuola; spetta alla scuola, così come alla famiglia, far sperimentare al ragazzo l’esistenza di limiti e di norme socialmente condivise. L’insegnante, al pari del genitore, dovrebbe sentire l’esigenza morale di educare alle regole i ragazzi, ancor di più quando li ama e ha a cuore la loro formazione, senza però dimenticare la necessità di dosare ragione e sentimento, senza confondere l’educare con il punire o il reprimere.
Si potrebbe utilizzare una metafora significativa: dosare l’educazione alle regole così come si dosa una medicina per un ammalato, in situazione di sofferenza, l’azione della medicina-regola può essere cura se fornita nella giusta dose e nel giusto momento, o veleno se mal dosata o somministrata in momenti sbagliati.
Credo, vivamente, che educare alle regole sia oltre che un’esigenza dell’insegnante anche un’esigenza dell’adolescente in particolare. Ho come l’impressione, sostenuta dalla mia formazione e dall’esperienza personalmente vissuta, che gli adolescenti di oggi che vivono all’interno delle nostre scuole chiedano agli adulti di aiutarli a crescere, ritornando a essere punti di riferimento fermi e stabili, a mostrarsi veri uomini e vere donne e non adulti che vogliono assomigliare ad adolescenti con l’illusione di piacere di più, o di comprenderli meglio. Ho spesso la sensazione che i ragazzi guardino i professori che apprezzano maggiormente per cercare di capire come loro stessi potrebbero diventare “da grandi”, piuttosto che per ritrovare somiglianze nel modo di vestire o di atteggiarsi.
I ragazzi manifestano frequentemente l’esigenza di avere regole, magari mascherate da altro, o chiamate con nomi differenti, ma che li aiutino ad assumere un ruolo, a costruirsi una identità. Spesso alcuni insegnanti mi raccontano di ragazzi che provocano l’intervento dell’adulto, che cercano il richiamo o l’attenzione del docente e che manifestano segni di disagio, finché l’adulto non fa esattamente ciò che ci si aspetta da lui, cioè pone dei limiti, restituisce a ognuno un proprio ruolo.
Quando manca l’educazione alle regole, quando non è presente nemmeno la percezione dell’esistenza stessa delle regole, le reazioni dei ragazzi si affidano a una serie di variabili che ostacolano sia la costruzione di una relazione tra insegnante e alunno, sia la formazione di certezze rispetto alla propria identità. Ad esempio, basti pensare allo sguardo disorientato di alcuni alunni quando, ricevendo una valutazione o semplicemente un giudizio non formale da parte di un insegnante, scoprono che ciò che loro credevano di essere non corrisponde per nulla a quello che l’insegnante, e spesso anche i compagni, pensano di loro.
Ragazzi che pensano di essere molto simpatici, si accorgono di aver offeso o ferito più volte gli altri; ragazzi che si aspettano giudizi positivi cadono dalle nuvole quando li si informa che, pur intelligenti, hanno comportamenti scorretti che influenzano negativamente i loro giudizi e, infine, intere classi che rimangono a bocca aperta nello scoprire come persino il loro professore preferito, con il quale hanno sempre riso e scherzato non li considera maturi, ma ancora dei ragazzini con i quali è impossibile dialogare.
Da queste e altre esperienze simili si intuisce come gli adolescenti necessitano di conoscere sulla base di quali parametri vengono giudicati, non solo per migliorare il loro rendimento, ma soprattutto per sviluppare consapevolezza rispetto alla percezione che gli altri hanno di loro.
Solo grazie a tali certezze riescono a costruire progressivamente la loro identità, colgono con chiarezza quali siano le regole che devono guidarli nella società e quali i limiti oltre i quali questa loro identità rischia di non essere adeguatamente percepita. In assenza di questa educazione alle regole, l’adolescente non riesce a comprendere il funzionamento della società, i suoi valori.
Moti ragazzi faticano addirittura a integrarsi in essa e talora sembrano disinteressati a far parte di una società che, per loro, non ha regole. Adolescenti non abituati ai limiti diventano ragazzi intolleranti, aggressivi, poco rispettosi di sé e degli altri e per questo insoddisfatti.
Non interiorizzando norme e valori, sono guidati dal principio del piacere immediato, incapaci di investire su relazioni a lungo termine, di fare sacrifici che portino, nel tempo, a soddisfazioni maggiori. I ragazzi hanno la necessità di imparare a trarre soddisfazioni dal rapporto con gli altri, una soddisfazione basata sul riconoscimento dei limiti che, nel contenerli come adolescenti, li valorizzino come persone, facendo in modo che l’amico, l’adulto, il professore siano percepiti come un sostegno esterno nel loro processo di crescita e di formazione.
Lo scopo ultimo del progetto la Strada Maestra è l’uomo che lo studente deve diventare, non il ragazzo. Ai genitori e agli educatori compete la grave responsabilità di educare i giovani a capire il ruolo che essi avranno nella società del futuro e di dar loro gli strumenti necessari ivi compreso la capacità di cogliere, interiorizzare e rispettare le regole sottese, affinchè siano in grado di assumerle con competenza e fedeltà.
Dalla mia esperienza nelle varie istituzioni scolastiche, partner del progetto, ho avuto modo di constatare che gli alunni, molto spesso, non si oppongono alle regole che stanno alla base della relazione educativa, ma ne ignorano quasi completamente l’esistenza, dimostrando di non accorgersi quando assumono atteggiamenti che ostacolano i rapporti con insegnanti e compagni, o compromettono il sereno trascorrere della vita scolastica (ed extra-scolastica). Per questo l’esigenza di fornire un’educazione non “al rispetto delle regole”, ma “alle regole” in senso generale, dovrebbe essere, anzi è, un’esigenza oggi sentita da parte di tutta la comunità: genitori, insegnanti e alunni.
E’ preferibile un ragazzo che si oppone alle regole e sceglie di sfidarle, rispetto a un adolescente che non conosce le norme e i limiti presenti nella società, per cui si comporta come se non facesse parte di una collettività, ma vivesse isolato, guidato solo dall’istinto di sopravvivenza individuale.
Lo sviluppo di soggetti caratterizzati da un simile modo di pensare e di comportarsi segna la fine della società, la scomparsa del proprio ambiente relazionale e affettivo in favole dell’individualismo e, ancor peggio, dell’isolamento e dell’emarginazione.
Dall’esigenza di educare alle regole potrebbe nascere il rischio di scegliere la strada dell’autoritarismo, fissando dei limiti, imponendo il rispetto di norme, dimenticando che le regole in campo educativo non sono il fine, ma un semplice mezzo. Esiste una sottile linea di confine tra scelte di intervento autoritarie, il cui scopo è impedire la trasgressione di una regola, e scelte di intervento motivate dalla prospettiva di sostenere i ragazzi nell’educazione alle regole.
Tra uno stile autoritario puro, il cui fine è la tranquillità dell’ambiente, l’eliminazione di ogni possibile occasione di scontro, confronto, dialogo, e uno stile lassista, il cui obiettivo, non è molto diverso da quello appena descritto (ricordiamo l’accondiscendenza di molto genitori e insegnanti nei confronti dei ragazzi per paura di rompere il clima di serenità e pace costruito sulla base di concessioni indiscriminate nei loro confronti), esiste una terza via, quella degli interventi mirati a sostenere lo sviluppo di una capacità/competenza consapevole di comportamenti liberi e allo stesso tempo positivi. Si tratta di fornire, attraverso la relazione educativa, strumenti e strategie per passare dall’accettazione passiva di un limite all’interiorizzazione del valore etico di una regola.
In effetti, la finalità dell’accompagnamento sociale previsto dall’Azione 3 è quello di far in modo che i ragazzi giungano a decidere di comportarsi correttamente per intima convinzione, piuttosto che solo per evitare punizioni o richiami per essersi comportati in un modo che altri, per un motivo spesso incomprensibile per i ragazzi, ritengono scorretto.
Quindi, quando si parla di educazione alle regole non è educazione al loro rispetto, quanto sviluppo di competenze legate al successo nell’inserimento e integrazione dei ragazzi nel proprio ambiente sociale, prima ancora che professionale.
La scuola, per preparare professionalmente i ragazzi, deve loro garantire la possibilità di possedere tutte quelle competenze di base, compresa quella etica, fondamentale per crescere come “veri uomini” e “vere donne”; deve rafforzare ed educare la volontà, piuttosto che limitare la libertà d’azione: solo così assolve la sua funzione formativa.
STRUMENTI DI LAVORO
Registro di presenze e delle attività
Attività psicoeducative
Gioco con le carte dei conflitti
Gioco dei pregi e difetti
Test di valutazione del disagio e della dispersione scolastica
Gruppi di discussione con la tecnica del circle-time e del cooperative learning
Consulenze
TEMPI
19 Settembre 2009- 18 Maggio 2010
Data Dott.ssa Rosa Casaburi
21-05-10 (Psicologa-Psicoterapeuta)
Nel mese di settembre del 2009 ha avuto inizio la seconda annualità dell’Azione 3 del progetto “La strada Maestra”, con termine nel mese di maggio 2011. Forti del successo del primo anno sono aumentate le richieste da parte degli istituti scolastici presenti sul territorio a nord di Napoli, di aderire al progetto.
Gli interventi si sono così esplicati nelle seguenti scuole partner del progetto:
La S.M.S. “ Pascoli 2” di Secondigliano, con attività rivolte alle classi IIF, IIE e IE.
La S.M.S. “Vico” di Arzano, con attività rivolte alle classi ID, IC, IB, IE e IA.
La S.M.S. “Ludovico da Casoria” di Casoria, con attività rivolte alle classi IB e IH.
La S.M.S. “Palizzi di Casoria, con attività rivolte alle classi IA, ID e IIID.
I dirigenti scolastici delle suddette scuole con i relativi referenti hanno accolto con grande entusiasmo le attività previste dall’Azione 3 e grazie alla loro disponibilità è stato possibile avere una collaborazione proficua ai fini dell’accompagnamento sociale.
Gli obiettivi specifici degli interventi sono stati rivolti all’educazione socio-affettiva, alla solidarietà, alla tolleranza, alla pace, alla convivenza civile, al rispetto di sé degli altri e dell’ambiente.
Gli incontri con le classi sono stati improntati all’insegna della conoscenza di sé e dell’importanza dell’espressione delle proprie emozioni per saperle etichettare e riconoscerle in sé e negli altri. La tecnica promossa è del circle-time, grazie alla quale, i ragazzi disposti in cerchio si sono sentiti liberi di raccontarsi sentendo prevalentemente circolare nel “cerchio” calore, ottimismo e tendenze libere da ogni forma di giudizio.
Grazie all’utilizzazione di questo spazio espressivo è stato possibile favorire la crescita dell’autonomia, della responsabilità e della partecipazione alla vita civile.
Gli argomenti trattati nei diversi incontri con le classi sono stati divisi per percorsi:
1. Percorso sulla conoscenza del sé e sul bullismo
Sono stati privilegiati gli scambi di esperienze sul disagio relazionale a scuola e fuori migliorando le competenze comunicative e relazionali con i pari.
Gli obiettivi formulati in fase di progettazione sono stati mantenuti per tutto il tempo del percorso formativo. E’ stato fondamentale un percorso di conoscenza del sé attraverso un’educazione alle emozioni affinché l’alunno potesse riconoscere le proprie emozioni e differenziarle da quelle altrui.
Il compito dell’adulto, in una relazione educativa, è aiutare i ragazzi ad affrontare il conflitto come un’occasione di evoluzione e di apprendimento, ovvero imparare, insieme a loro, a non sentirsi travolti, minacciati, ad andare oltre la dicotomia io vinco/tu perdi.
Le strategie adottate: La tecnica prevalente utilizzata è stata il circle-time, grazie al quale è stato possibile far circolare tra gli alunni calore e disponibilità all’ascolto e al dialogo.
Importante è stato l’uso del gioco dei pregi e difetti per la conoscenza del sé e la percezione degli altri.
Risultati ottenuti: questo percorso ha reso possibile la libera espressione delle emozioni legate alle varie situazioni e alle varie persone. Gli alunni si sono sentiti a proprio agio e liberi da tendenze legate al giudizio. In questo modo hanno superato anche il senso di vergogna che si prova per chi è stato vittima di bullismo o vittima di vari episodi di violenza scolastiche e extra-scolastiche. Hanno acquisito maggiore sicurezza e maggiore abilità nella comunicazione con ripercussioni positive sulla propria autostima.
2. Percorso sulla microcriminalità
Le problematiche del territorio legate sia agli episodi di camorra sia alle azioni illegali sono state affrontate tenendo presente l’importanza del tema dell’educazione alle regole. Spesso, nel percorso, c’è stata la consapevolezza che gli alunni non si oppongono alle regole che stanno alla base della relazione educativa perché ne ignorano quasi completamente l’esistenza, dimostrando di non accorgersi quando assumono atteggiamenti che ostacolano i rapporti con insegnanti e compagni, o compromettono il sereno trascorrere della vita scolastica ed extra scolastica.
Le metodologie utilizzate sono state le simulazioni dei vari casi e episodi raccontati da loro e attraverso la tecnica del problem solving si è trovato insieme una soluzione come alternativa ai comportamenti oppositivi e illegali fino ad allora attuati.
I risultati ottenuti: gli alunni hanno manifestato, durante il percorso, un bisogno crescente di ordine, regole, confini, limiti. Le loro continue richieste sono rivolte agli adulti significativi, insegnanti, esperti, affinchè li aiutino nella crescita ritornando ad essere punti di riferimento fermi e stabili. E’ un risultato positivo e condiviso dalle insegnanti, la richiesta che ci sia un adulto significativo che li aiuti ad assumere un ruolo e a costruirsi una identità diversa dai modelli di microcriminalità imposti dalla società.
3. Percorso: “Star bene a scuola e fuori”
Gli alunni, nel percorso formativo, hanno espresso la necessità di conoscere sulla base di quali parametri vengono giudicati, non solo per migliorare il loro rendimento, ma soprattutto per sviluppare consapevolezza rispetto alla percezione che gli altri hanno di loro. Solo grazie a tali certezze riescono a costruire progressivamente la loro identità, cogliendo con chiarezza quali siano le regole che devono guidarli nella società e quali i limiti oltre i quali questa loro identità rischia di non essere adeguatamente percepita.
La tecnica utilizzata è stata la somministrazione del test T.V.D e il cooperative learning. Grazie al test è stato possibile individuare varie forme di disagio e attraverso lo studio di vari casi e la simulazione dei vari episodi è stato possibile confrontarsi su vari temi e apprendere nuove abilità di fronteggiare lo stress e il disagio, parte naturale del percorso di crescita.
Risultati ottenuti: questo percorso ha reso possibile la ridefinizione del termine conflitto nell’ottica del percorso stare bene a scuola e fuori: il conflitto è inteso come uno stato della relazione, che riguarda duo o più persone, in cui si presenta un problema che crea disagio. Scegliendo di utilizzare le carte dei conflitti si assume un preciso approccio “so-stare nel conflitto”. Il risultato ottenuto non è stato quindi la risoluzione del conflitto, bensì di assumerlo come occasione per ristrutturare le relazioni.
4. Percorso finale: visione del film “Basta guardare il cielo”
Una toccante favola moderna il cui coraggio è disponibile in tutte le misure.“Basta guardare il cielo” è una storia divertente e avventurosa di due ragazzi, che nel nobile spirito di Re Artù e dei due cavalieri della tavola rotonda, danno vita ad un viaggio affascinante alla conquista del più grande tesoro che ci sia l’Amicizia. Insieme, i due protagonisti condividono i dolori e le gioie della loro vita scolastica e familiare e riescono ad affrontare le loro difficoltà con gran coraggio grazie alla forza della loro unione, della loro amicizia.
La partecipazione dei ragazzi al progetto è stata davvero notevole ed entusiasmante mostrando vivo interesse e curiosità alle tecniche, ai giochi e alla modalità di condurre i lavori di gruppo oltre che agli argomenti di volta in volta trattati.
In particolare, hanno sperimentato l’armonia che si è venuta a creare tra di loro e una disponibilità sempre più crescente ad esprimere le proprie emozioni, disagi e difficoltà liberi da tendenze legate alla paura di sentirsi giudicati.
Avere la possibilità di essere ascoltati e di esprimere apertamente sia gli aspetti positivi sia quelli negativi delle loro esperienze libera dal peso di sentirsi “pieni” di emozioni con la finalità di promuovere uno sviluppo armonico della propria personalità. Ogni argomento trattato è stato presentato in una dimensione ludica in modo da favorire la cooperazione e lo scambio tra i membri del gruppo favorendo il divertimento e mai la noia.
I giochi utilizzati hanno consentito di imparare sia a relazionarsi che a riflettere sulla differenza delle percezioni di sé e quelle degli altri.
Il tutto in un ottica di prevenzione del disagio e di promozione del benessere psico-fisico e di educazione alla legalità come principio etico.
Da un’analisi e un’interpretazione dei dati ricavati sia dall’elaborazione del test TVD sia dai vari incontri ricchi dal punto di vista emotivo e relazionale, ho avuto modo di riflettere e formulare delle mie ipotesi.
La scuola, luogo di vita reale, è il principale spazio all’interno del quale gli adolescenti si mettono alla prova nella gestione delle relazioni; qui si incontrano le regole, i limiti, le “prassi consolidate” per rapportarsi con gli altri. Se la scuola non garantisce questa possibilità, se diviene uno spazio all’interno del quale non esistono rapporti di causa e effetto (io faccio questo e il compagno/l’insegnante/il preside rispondono in questo modo), o non vengono fornite indicazioni sulle regole di gestione dei rapporti (mi relaziono con gli amici come con l’insegnante, con il preside come con il mio compagno di banco, ecc.), allora si trasforma in un paese “fantastico”, che non trova e non troverà mai nessuna corrispondenza nella realtà, giacché “fuori” (ad esempio nel mondo del lavoro) regole, limiti e rapporti di causa-effetto sono tenuti in gran considerazione.
Gli adolescenti hanno bisogno di ordine, regole, confini, limiti come i bambini hanno bisogno di sicurezza, fiducia, affidabilità.
Molti sono gli insegnanti che posseggono buone competenze e parecchi riescono a metterle a frutto, sapendo gestire in modo efficace i propri alunni. Altri invece, e non sono pochi, faticano nel trasmettere competenze e abilità, proprio perché frenati dall’incapacità dei ragazzi di riconoscere dei limiti: non percepiscono infatti il contesto educativo come caratterizzato dalla necessità di rispettare certe regole, così come la relazione con “l’insegnante” come un rapporto con sue specifiche caratteristiche. Gli insegnanti si sforzano di mostrare che non tutto è sempre permesso, che ciò che può essere giusto in un contesto risulta non adatto in un altro, ma spesso trovano davanti a sé un muro: “Perché non posso dipingermi le unghie in classe?” Non sto mica disturbando?”, “Perché non posso stare fuori classe se il professore sta interrogando altri compagni?, “Perché non posso stare con le cuffie nelle orecchie, se seguo ugualmente la lezione?”: ecco alcuni esempi che dimostrano come l’educare al rispetto delle regole sia un’esigenza anche degli insegnanti, ai quali va ricordato che non basta fingere di non vedere.
Mi ritrovo sempre più a pormi l’interrogativo se possono gli insegnanti sottrarsi alla valutazione della valenza educativa del fingere di non vedere.
Mi è d’obbligo, tuttavia, richiamare alla mente il contratto per nulla tacito, che la società, e all’interno di essa in modo particolare la famiglia, stipula con la scuola e con i suoi rappresentanti. Tale accordo coinvolge gli insegnanti e gli alunni ma, ancor di più, gli insegnanti e le famiglie dei ragazzi, richiamando ognuno al rispetto del proprio ruolo educativo.
Educare alle regole è compito della famiglia e della scuola; spetta alla scuola, così come alla famiglia, far sperimentare al ragazzo l’esistenza di limiti e di norme socialmente condivise. L’insegnante, al pari del genitore, dovrebbe sentire l’esigenza morale di educare alle regole i ragazzi, ancor di più quando li ama e ha a cuore la loro formazione, senza però dimenticare la necessità di dosare ragione e sentimento, senza confondere l’educare con il punire o il reprimere.
Si potrebbe utilizzare una metafora significativa: dosare l’educazione alle regole così come si dosa una medicina per un ammalato, in situazione di sofferenza, l’azione della medicina-regola può essere cura se fornita nella giusta dose e nel giusto momento, o veleno se mal dosata o somministrata in momenti sbagliati.
Credo, vivamente, che educare alle regole sia oltre che un’esigenza dell’insegnante anche un’esigenza dell’adolescente in particolare. Ho come l’impressione, sostenuta dalla mia formazione e dall’esperienza personalmente vissuta, che gli adolescenti di oggi che vivono all’interno delle nostre scuole chiedano agli adulti di aiutarli a crescere, ritornando a essere punti di riferimento fermi e stabili, a mostrarsi veri uomini e vere donne e non adulti che vogliono assomigliare ad adolescenti con l’illusione di piacere di più, o di comprenderli meglio. Ho spesso la sensazione che i ragazzi guardino i professori che apprezzano maggiormente per cercare di capire come loro stessi potrebbero diventare “da grandi”, piuttosto che per ritrovare somiglianze nel modo di vestire o di atteggiarsi.
I ragazzi manifestano frequentemente l’esigenza di avere regole, magari mascherate da altro, o chiamate con nomi differenti, ma che li aiutino ad assumere un ruolo, a costruirsi una identità. Spesso alcuni insegnanti mi raccontano di ragazzi che provocano l’intervento dell’adulto, che cercano il richiamo o l’attenzione del docente e che manifestano segni di disagio, finché l’adulto non fa esattamente ciò che ci si aspetta da lui, cioè pone dei limiti, restituisce a ognuno un proprio ruolo.
Quando manca l’educazione alle regole, quando non è presente nemmeno la percezione dell’esistenza stessa delle regole, le reazioni dei ragazzi si affidano a una serie di variabili che ostacolano sia la costruzione di una relazione tra insegnante e alunno, sia la formazione di certezze rispetto alla propria identità. Ad esempio, basti pensare allo sguardo disorientato di alcuni alunni quando, ricevendo una valutazione o semplicemente un giudizio non formale da parte di un insegnante, scoprono che ciò che loro credevano di essere non corrisponde per nulla a quello che l’insegnante, e spesso anche i compagni, pensano di loro.
Ragazzi che pensano di essere molto simpatici, si accorgono di aver offeso o ferito più volte gli altri; ragazzi che si aspettano giudizi positivi cadono dalle nuvole quando li si informa che, pur intelligenti, hanno comportamenti scorretti che influenzano negativamente i loro giudizi e, infine, intere classi che rimangono a bocca aperta nello scoprire come persino il loro professore preferito, con il quale hanno sempre riso e scherzato non li considera maturi, ma ancora dei ragazzini con i quali è impossibile dialogare.
Da queste e altre esperienze simili si intuisce come gli adolescenti necessitano di conoscere sulla base di quali parametri vengono giudicati, non solo per migliorare il loro rendimento, ma soprattutto per sviluppare consapevolezza rispetto alla percezione che gli altri hanno di loro.
Solo grazie a tali certezze riescono a costruire progressivamente la loro identità, colgono con chiarezza quali siano le regole che devono guidarli nella società e quali i limiti oltre i quali questa loro identità rischia di non essere adeguatamente percepita. In assenza di questa educazione alle regole, l’adolescente non riesce a comprendere il funzionamento della società, i suoi valori.
Moti ragazzi faticano addirittura a integrarsi in essa e talora sembrano disinteressati a far parte di una società che, per loro, non ha regole. Adolescenti non abituati ai limiti diventano ragazzi intolleranti, aggressivi, poco rispettosi di sé e degli altri e per questo insoddisfatti.
Non interiorizzando norme e valori, sono guidati dal principio del piacere immediato, incapaci di investire su relazioni a lungo termine, di fare sacrifici che portino, nel tempo, a soddisfazioni maggiori. I ragazzi hanno la necessità di imparare a trarre soddisfazioni dal rapporto con gli altri, una soddisfazione basata sul riconoscimento dei limiti che, nel contenerli come adolescenti, li valorizzino come persone, facendo in modo che l’amico, l’adulto, il professore siano percepiti come un sostegno esterno nel loro processo di crescita e di formazione.
Lo scopo ultimo del progetto la Strada Maestra è l’uomo che lo studente deve diventare, non il ragazzo. Ai genitori e agli educatori compete la grave responsabilità di educare i giovani a capire il ruolo che essi avranno nella società del futuro e di dar loro gli strumenti necessari ivi compreso la capacità di cogliere, interiorizzare e rispettare le regole sottese, affinchè siano in grado di assumerle con competenza e fedeltà.
Dalla mia esperienza nelle varie istituzioni scolastiche, partner del progetto, ho avuto modo di constatare che gli alunni, molto spesso, non si oppongono alle regole che stanno alla base della relazione educativa, ma ne ignorano quasi completamente l’esistenza, dimostrando di non accorgersi quando assumono atteggiamenti che ostacolano i rapporti con insegnanti e compagni, o compromettono il sereno trascorrere della vita scolastica (ed extra-scolastica). Per questo l’esigenza di fornire un’educazione non “al rispetto delle regole”, ma “alle regole” in senso generale, dovrebbe essere, anzi è, un’esigenza oggi sentita da parte di tutta la comunità: genitori, insegnanti e alunni.
E’ preferibile un ragazzo che si oppone alle regole e sceglie di sfidarle, rispetto a un adolescente che non conosce le norme e i limiti presenti nella società, per cui si comporta come se non facesse parte di una collettività, ma vivesse isolato, guidato solo dall’istinto di sopravvivenza individuale.
Lo sviluppo di soggetti caratterizzati da un simile modo di pensare e di comportarsi segna la fine della società, la scomparsa del proprio ambiente relazionale e affettivo in favole dell’individualismo e, ancor peggio, dell’isolamento e dell’emarginazione.
Dall’esigenza di educare alle regole potrebbe nascere il rischio di scegliere la strada dell’autoritarismo, fissando dei limiti, imponendo il rispetto di norme, dimenticando che le regole in campo educativo non sono il fine, ma un semplice mezzo. Esiste una sottile linea di confine tra scelte di intervento autoritarie, il cui scopo è impedire la trasgressione di una regola, e scelte di intervento motivate dalla prospettiva di sostenere i ragazzi nell’educazione alle regole.
Tra uno stile autoritario puro, il cui fine è la tranquillità dell’ambiente, l’eliminazione di ogni possibile occasione di scontro, confronto, dialogo, e uno stile lassista, il cui obiettivo, non è molto diverso da quello appena descritto (ricordiamo l’accondiscendenza di molto genitori e insegnanti nei confronti dei ragazzi per paura di rompere il clima di serenità e pace costruito sulla base di concessioni indiscriminate nei loro confronti), esiste una terza via, quella degli interventi mirati a sostenere lo sviluppo di una capacità/competenza consapevole di comportamenti liberi e allo stesso tempo positivi. Si tratta di fornire, attraverso la relazione educativa, strumenti e strategie per passare dall’accettazione passiva di un limite all’interiorizzazione del valore etico di una regola.
In effetti, la finalità dell’accompagnamento sociale previsto dall’Azione 3 è quello di far in modo che i ragazzi giungano a decidere di comportarsi correttamente per intima convinzione, piuttosto che solo per evitare punizioni o richiami per essersi comportati in un modo che altri, per un motivo spesso incomprensibile per i ragazzi, ritengono scorretto.
Quindi, quando si parla di educazione alle regole non è educazione al loro rispetto, quanto sviluppo di competenze legate al successo nell’inserimento e integrazione dei ragazzi nel proprio ambiente sociale, prima ancora che professionale.
La scuola, per preparare professionalmente i ragazzi, deve loro garantire la possibilità di possedere tutte quelle competenze di base, compresa quella etica, fondamentale per crescere come “veri uomini” e “vere donne”; deve rafforzare ed educare la volontà, piuttosto che limitare la libertà d’azione: solo così assolve la sua funzione formativa.
STRUMENTI DI LAVORO
Registro di presenze e delle attività
Attività psicoeducative
Gioco con le carte dei conflitti
Gioco dei pregi e difetti
Test di valutazione del disagio e della dispersione scolastica
Gruppi di discussione con la tecnica del circle-time e del cooperative learning
Consulenze
TEMPI
19 Settembre 2009- 18 Maggio 2010
Data Dott.ssa Rosa Casaburi
21-05-10 (Psicologa-Psicoterapeuta)
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